Domenica 31 maggio 2026 • SS. Trinità
Li abbiamo imparati da piccoli, li abbiamo collocati nel segno della croce che viviamo alcune volte con profondità, altre volte come gesto scaramantico. Perché per esprimere Dio devo parlare di tre persone? Perché collocarle nel segno della croce?
Parto dalla seconda domanda. Se noi ci pensiamo un attimo le tre persone della Trinità stanno nei tre angoli del nostro corpo, e noi con il Figlio siamo in mezzo. Non penso che questo sia un calcolo geometrico, ne tantomeno una astrattezza. Noi siamo in mezzo, noi siamo nel cuore dei legami che definiscono Dio come figli. E questo è una provocazione costante alla obiezione che noi diamo a Dio per la nostra solitudine: tu non sei solo, tu mi stai a cuore, sei al centro del mio essere, come il Figlio. Dio non può fare meno a noi e noi non possiamo fare meno di Lui: così rileggo in profondità il senso del perché siamo in ricerca, nonostante vicinanze e lontananze. Abbiamo bisogno di cuore, di affetto, di legame, così come Dio ha bisogno di noi, non per sottometterci, ma per giungere a quella pienezza di bene che desidera per l’opera che lui ha creato e che rischia, a causa dell’opposizione della libertà che non desidera il suo fine, di infrangersi.
Nel cuore di Dio, oggetti però di attenzioni e cure diverse. Come in una famiglia un padre e una madre hanno un ruolo preciso nell’educazione del figlio, così lo è Dio per il nostro cammino: le tre persone parlano di tre attenzioni con la quale Dio ci accompagna nella storia.
Dio si definisce anzitutto Dio dei padri nel libro dell’Esodo, dio di coloro che sono i patriarchi del popolo di Israele, la cui paternità ha principio nella paternità di Dio. Dio è padre perché accompagna la nostra storia indicando strade di libertà, strade per essere autenticamente umani e vivi. Dio è padre perché non smette nel nostro cammino di indicarci strade per uscire dall’Egitto, strade di luce dove trovare la forza per superare fatiche e oppressioni. Qui possiamo collocare la ribellione che abbiamo quando ci capita qualcosa di male? La nostra ribellione è fare un calcolo di sconfitta, e non invece fermarsi per dirci: cosa mi sta dicendo Dio in questa situazione? Ci sta accompagnando con una paternità alternativa e sempre nuova, mette le sue mani sulle nostre spalle perché impariamo a guardare l’orizzonte e non i piedi dei nostri problemi e nel guardare l’orizzonte vedere che c’è qualcuno che ti chiama ad alzarti, a non perdere il dono che sei diventato lungo la storia. Il male ci gode a vederci persi, indecisi, ribelli, violenti con gesti e parole, Dio invece si ferma, sta in silenzio e ci indica, con una presenza che non vuole distruggere, come il fuoco del roveto ardente.
Dio è Figlio perché impariamo a sentire non solo la presenza del Padre come incoraggiamento, ma presenza che ci chiama a grandi cose, tra cui, la più grande, partecipare nell’Amore che ha per il Figlio. Dio chiede al Figlio la via estrema non perché vuole la fine del Figlio, ma perché l’eccedenza di Amore che il Figlio in Terra ha sperimentato diventi la nostra eccedenza di Amore, quell’Amore che ci invita a leggere con occhi diversi il mondo: non con il calcolo, il profitto, l’interesse personale, ma con un bene che non ha confini, che non smette di eccedere. E quando uno fa e vive il bene e sta bene vuol dire che quel bene è di Dio, è il bene che ti fa sentire a casa, ti rinnova il tuo essere figlio nel Figlio.
Dio è Spirito, perché la nostra libertà non smetta mai di sognare in grande, di rendere la vita nostra e dell’umanità un vero capolavoro. I sette doni dello Spirito sono un chiaro invito a tenere unita la nostra vita in tutti i suoi aspetti, ma a vederla come una finestra che ogni giorno e sempre di più si apre a entrare nel mistero di Dio, a renderlo veramente non una pagina di un libro sterile, ma pagina che brucia e arde nella nostra vita. Lo Spirito ci dice che il nostro viaggio mai è finito, perché la meta della nostra vita è quel cielo che Tu oggi con ogni tua scelta puoi rendere sempre di più presente e unico, perché unico sei tu nello sguardo di Dio.
Rileggere così le tre persone e il segno che noi compiamo in esse ci aiuta a deporre ogni resistenza e opposizione, per riconoscere una verità: Dio ama la nostra storia, Dio crede in noi e nel dono che possiamo essere. E’ in questo sua fede in noi, che allora anche noi in Lui possiamo compiere e vivere cose grandi. Le compiamo e le viviamo già, ma con uno sguardo più profondo impareremo a vederlo presente in tutte le cose e a rendere la nostra vita un vero canto di lode e di fede in Lui.
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