Giovedì 2 aprile • S. Messa in "Coena Domini"

Che cosa ci può raccontare stasera la tavola del cenacolo? Quella tavola dove si consuma l’ultima celebrazione pasquale di Gesù, l’inizio del mistero dell’Eucarestia?


A questa tavola partecipano uomini fragili e deboli. Si credono discepoli capaci di seguire il Maestro fino alla morte, si sono vantati anche cercando un primato tra di loro, credono che potranno cambiare il mondo: basta attendere che il Maestro si riveli nella sua identità.


Uno di loro, però, è impaziente: il nostro fratello Giuda. Giuda rappresenta le nostre frette, il desiderio di avere tutto e subito, il desiderio di cambiare veramente il mondo con la forza e la violenza dei gesti o delle parole. Alla tavola del Cenacolo c’è anche Giuda, c’è anche la nostra iniquità.


A questa tavola partecipano uomini che rinnegheranno il Maestro, che lo lasceranno solo nel momento della prova, uomini che non hanno capito e compreso il senso del mistero. Uomini che si lasciano abbracciare alla fine dalla notte dello sconforto e della domanda: dormivano mentre Lui pregava con dolore, dormivano anche coloro che gli hanno promesso di difenderlo, anche con la spada. E’ logica della spada che Gesù rifiuta: non è questo il senso della sua Pasqua, il senso del suo passaggio, del suo esodo.


Quante volte ancora oggi la tavola del Cenacolo vede questo spettacolo triste, questo spettacolo che è presente nell’uomo di ogni tempo. Quante volte la tavola del Cenacolo accoglie uomini e donne così.


Eppure che cosa narra stasera a noi questa tavola? Ci invita anzitutto ad avere fede, a leggere il dono dell’Eucarestia non solo come un rito, ma anche come la dinamica spirituale della nostra vita. Rischiamo molte volte di vedere solo il buio delle nostre notti, rischiamo molte volte di imprigionarci nei nostri orgogli, come i capi dei sacerdoti, rischiamo molte volte di vivere un lassismo che poi svela la nostra povertà. L’Eucarestia è la tavola dell’Amore che Dio in Gesù continua a donare ad ogni uomo, è la tavola della fede che Dio continua ad avere per ciascuno di noi. Gesù non si sottrae dalle parole delle profezie, Gesù vive un abbandono di fede, di quella fede che è racchiusa in un pezzo di pane e in un bicchiere di vino, una fede che rimane per sollevarci dalle nostre tenebre e dal nostro male.


La tavola del Cenacolo è tavola del servizio, di un servire che non si mette al centro, ma che mette al centro ogni uomo e ogni donna, mette al centro un noi e non la singolarità di chi compie il gesto. La tavola del Cenacolo è tavola di chi si piega a lavare i piedi, di chi serve la Chiesa non come atto di protagonismo o di sottomissione a una autorità, ma come atto di amore per l’umanità intera, in particolare per quella ferita e fragile. Servire fino alla fine, fino alla passione, al rinnegamento, fino alla croce. Tavola del servizio e della cura che risplende in tanti di noi e che può diventare il vero segno di una testimonianza più vera e coraggiosa. Lasciarsi amare, prendere per mano, correggere dal Maestro per essere capaci come Lui di donare la vita. Nel mio cuore stasera, in questo giorno della vita sacerdotale, metto davanti al Signore tanti preti, non solo quelli che anche voi conoscete, ma anche quelli che hanno dato la loro vita fino al compimento del loro servizio. Penso in particolare al confratello giovane di Limbiate che nonostante la paralisi e la malattia tumorale, ha continuato a servire con amore la sua Chiesa, penso al nostro don Carlo che nonostante i diversi ricoveri continua ad amare la Chiesa fino al dono della vita.


La tavola del Cenacolo da tavola dello scandalo, diventa tavola di una comunione coraggiosa, di una comunione che mette al centro l’amore e la cura per ogni uomo e donna. Da questo amore lasciamoci trasfigurare, lasciamo che le nostre persone trovino cura nelle ferite, slancio nell’agire e nella preghiera, slancio per una coraggiosa testimonianza cristiana, la testimonianza di chi dona la vita fino al dono pieno di sé, con l’Amore di Cristo Gesù.