5° INCONTRO - Da Emmaus a Gerusalemme
Il cammino da Emmaus a Gerusalemme non è soltanto uno spostamento geografico, ma un itinerario spirituale che attraversa la crisi, il disincanto e la rinascita della fede. I due discepoli si allontanano dalla città della promessa perché il loro cuore è appesantito dalla delusione: Gesù, nel quale avevano riposto la speranza, è morto, e con lui sembrano svanite anche le attese di liberazione.
Il Risorto, però, non rimprovera né forza il passo: si accosta, cammina con loro, ascolta il loro dolore. In questo gesto si manifesta la prima dimensione della missione pasquale: la prossimità. Gesù entra nella loro storia, prende sul serio le loro domande e le loro ferite. È una consolazione che nasce dall’interno, perché passa attraverso l’ascolto e il rispetto del tempo dell’altro.
Aprendo le Scritture, Cristo evangelizza: rilegge gli eventi alla luce del disegno di Dio e mostra che la croce non è il fallimento del Messia, ma il compimento dell’amore. Così la Parola diventa carne nella vita dei discepoli, scalda il cuore, riaccende la speranza e dona uno sguardo nuovo sulla realtà.
Il riconoscimento avviene nello spezzare il pane, segno sacramentale di una presenza che trasforma. Lì i discepoli comprendono che la pace non consiste nell’assenza di sofferenza, ma nella certezza di non essere soli. Da quel momento il cammino si inverte: la fuga diventa ritorno, la notte si fa annuncio, la paura si trasforma in missione.
Tornare a Gerusalemme significa allora scegliere la logica del Vangelo contro ogni messianismo mondano, accogliere la pace del Risorto come fondamento della vita personale ed ecclesiale e vivere una fede che si traduce in fraternità concreta. Come ricorda San Paolo VI, la pace nasce da cuori riconciliati e si costruisce attraverso gesti quotidiani di amore, solidarietà e giustizia.
Il racconto di Emmaus continua così a interrogare la Chiesa di oggi: siamo capaci di camminare con chi è in ricerca, di ascoltare senza giudicare, di spezzare una Parola che accende il cuore? È in questa triplice diaconia che la Pasqua diventa esperienza viva e la “sua e nostra pace” si manifesta come senso ultimo del nostro destino.