Domenica 2 febbraio • Presentazione del Signore
Cosa vuol dire stare bene? Oggi sembra che per stare bene c’è bisogno di tante cose, troppe forse, che ruotano tutte intorno al nostro io. Diciamo che abbiamo bisogno di wellness, di benessere, cioè di un bene che riguarda me… ma è sufficiente questa concezione di bene? E’ vera e corrisponde alla realtà?
La Parola di questa liturgia ci mostra come forse il vero bene non sta nel chiudersi in sè stessi, ma sta invece in quei passi di vita che siamo chiamati tutti a compiere. E la testimonianza ci viene ancora una volta donata dalla famiglia di Nazaret. Una famiglia fedele ai riti e alle tradizioni, una famiglia ancora una volta in cammino, questa volta a Gerusalemme per compiere i riti legati al quarantesimo giorno dalla nascita del Bambino. I genitori, infatti, erano chiamati dopo otto giorni a circoncidere il bambino, come segno di appartenenza al Popolo di Israele, e dopo trenta tre giorni presentare il bambino primogenito al tempio, purificando la madre dal peccato di aver toccato la sacralità del sangue della vita, e riscattando il bambino davanti al Signore con una offerta e sacrificio.
Maria e Giuseppe compiono tutte queste ritualità, ma è come se dietro ad esse ci sia un nuovo messaggio per tutti. Il messaggio in sè viene svelato dal vecchio saggio e pio Simeone, uomo giusto che stava nel tempio in ascolto continuo della Parola. C’è un ascolto che chiude il cuore nella tristezza dell’io e delle sue false misure, c’è un ascolto, invece, che sta sempre pronto non solo con le orecchie, ma anche con il cuore a cogliere la presenza di Dio. Ed è quello che Simone sente in sè, nel vedere la povera coppia di Nazaret portare due tortore e la loro povera vita. E’ in quell’atto che Simeone spontaneamente si avvicina ai due e prende in braccio Gesù: è Lui la salvezza che si è fatta carne, lui è la luce per i popoli! Nel tempio si rivela l’amore di Dio per l’uomo, l’amore che attraversa i riti, le storie, i vissuti e che dona luce. E in Simeone si rivela il popolo che attende il Signore, che desidera essere preso per mano da lui. C’è una spontaneità nell’amare e nell’essere, nel dare e nel ricevere: questo è l’amore di Dio e l’amore che l’uomo può vivere!
Ed è in questa danza dell’amore che si rivela un secondo volto di amore, la compassione. Simeone nell’annunciare come Gesù stesso sarà l’offerta per la salvezza del mondo, confida a Maria come una spada trafiggerà il suo cuore. Maria come madre è unita all’amore e al dolore del Figlio, partecipa del suo modo di vivere e donare la salvezza. Simeone non vive la compassione ingenua e bonaria, ma dona speranza a Maria, la speranza di non sentirsi sola nell’ora del dolore, ma di affidarsi a quella luce che l’ha accompagnata nel suo eccomi, la luce del Padre, la luce dello Spirito del Figlio.
Un ulteriore segno di amore deriva da Anna, la profetessa, colei che ha reso la sua vedovanza tempo di preghiera e di attesa e ora, davanti a Gesù, tempo di profezia, cioè di apertura del cuore. Anna, insieme a Simeone, sono la testimonianza limpida di cosa vuol dire “stare bene”: non vuol dire chiudersi in sè, ma aprirsi ogni giorno ai sentieri di vita dell’Amore, dell’Amore che desidera incontrare la nostra umanità, dell’Amore che ci chiede un passo in uscita dalla nostra comfort zone per essere veramente pellegrini di speranza, uomini e donne che rendono la propria vita una danza nell’amore e luce per i fratelli! Questo vuol dire accogliere Gesù, questo vuol dire confidare nella speranza e nel bene autentico che è Lui!