30 marzo 2025 - IV Domenica di Quaresima

Omelie festive

Giovanni 9,1-38


1. In rivolta contro Dio

La prima lettura (Esodo 17,1-11) ci porta vicino al monte Sinai, dopo l’episodio della manna.
L’arsura è tale che provoca un’insurrezione popolare.
Il verbi usati sono verbi che rimandano all’incredulità, alla non fede nei confronti di Mosè
e in ultima analisi di Dio (protestare, mettere alla prova, mormorare).
Anche le indicazioni dei luoghi hanno nomi significativi: Massa (tentazione), Meriba (protesta).
Su tutto questo si staglia la figura di Mosè. Questi pochi accenni ci rimandano all’attualità.
Anche noi talvolta siamo in rivolta con il Signore, ci sentiamo abbandonati da lui.
Ecco perché Gesù ci ha chiesto di perseverare nella prova, di non dubitare,
e ci ha insegnato a pregare così: “non abbandonarci alla tentazione”, cioè fa', o Signore,
che non abbiamo mai a dubitare di te, fa' o Signore che non abbiamo a perdere la fede.
Altro aspetto importante è la figura di Mosè come intercessore. E’ quello che il Santo Padre ci chiede
di fare: intercedere per la pace. Gesù è figura del vero intercessore,
colui che dà risposta concreta alla domanda del sofferente Giobbe e di tutta l’umanità belligerante:
“Chi è dunque colui che si metterà tra il mio giudice e me?
Chi poserà la sua mano sulla sua spalla e sulla mia?” (Giobbe 9,33-39).
Dunque colui che intercede, pur avendo chiara ogni esigenza di giustizia, nonché la distinzione
tra aggressore e aggredito, prega per entrambi, e nel contempo non si limita alla preghiera,
ma si mette in gioco e fa tutto il possibile per riportare la pace
e soccorrere chi è devastato dai conflitti, siano essi interiori o esteriori.

2. Il dramma della luce

La seconda (Tessalonicesi 5,1-11) e la terza lettura (Giovanni 9,1-38b) ci inondano di luce!
Quanto ce n’è bisogno in un momento così oscuro.
L’episodio del cieco nato non vuole semplicemente ridire che Gesù è la luce,
ma vuole raccontare il dramma della luce,
e quali siano le ragioni del suo profondo rifiuto o della sua accoglienza.
L’episodio si snoda seguendo lo schema di un contrasto: il cieco che viene alla luce
e i farisei che restano nelle tenebre. La guarigione è raccontata brevemente,
perché l’attenzione non deve indugiare su di essa, quanto sul dibattito che suscita.
Gesù è presentato come uomo, profeta, Figlio dell’uomo (Messia).
Egli è colui che ci svela il vero senso della vita, ci aiuta a vedere la realtà per quello che è,
nella sua crudezza, limite, fragilità, riempiendo però questo sguardo di speranza.
Prima che il cieco riesca a vedere Gesù, Gesù ha già visto lui
e in lui l’umanità che senza speranza brancola nel buio.
Chi vive nelle tenebre usa come arma il ricatto e la minaccia,
come fanno i farisei nei confronti dei genitori del cieco.
Questi ultimi scelgono la pavidità al coraggio della verità.
Non c’è nulla di peggio che negare l’evidenza,
non ammettendo magari il proprio errore di valutazione.
Il cieco resta il simbolo dell’umanità guarita dall’incontro con il Signore,
che non argomenta con sottili ragionamenti,
bensì rende ragione della realtà, di quanto accaduto: prima ero cieco ora ci vedo.
Questo è anche il nostro compito di battezzati:
vincere ogni pavidità e senza arroganza o pretese,
portare nel quotidiano uno sguardo diverso sulle persone, sulle cose,
lo sguardo di Cristo stesso. 
 

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